Insieme contro ogni MAFIA e ILLEGALITA’

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due nomi, due magistrati, due eroi. Non si può parlare di Giovanni, senza immediatamente ricordare Paolo. Entrambi uniti in vita, legati da un “mestiere” che per loro era una missione: liberare la società civile dall’oppressione del cancro mafioso, come afferma Paolo Borsellino in una delle celebri frasi: “sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

“IO CREDO CHE TUTTI NOI DOBBIAMO IMPEGNARCI CONTRO OGNI FORMA DI CRIMINALITA’, COMBATTERE LA MAFIA E LE SUE FORME PRESENTI ANCHE AL NORD E’ IL MIGLIOR MODO DI CONSEGNARE AI NOSTRI FIGLI UN PAESE LIBERO, LA VERA LIBERTA’ E’ POTER VIVERE SEMPRE INGIUSIZIE SOCIALI.”

Domenico Ascone

Per non dimenticare… MAI!!!

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, inscindibili nella nostra memoria, hanno cercato di fare tutto ciò, sacrificando la loro vita e perdendola per la giustizia, quella giustizia intrisa dentro di loro, quella giustizia che nasce dal proprio dovere compiuto fino in fondo.

Giovanni Falcone, nacque a Palermo il 18 maggio 1939, si diplomò presso il liceo classico “Umberto I” e successivamente, dopo una breve esperienza all’Accademia Navale di Livorno, si iscrisse a giurisprudenza all’Università degli studi di Palermo dove si laureò nel 1961, con una tesi sulla “Istruzione probatoria in diritto amministrativo”. Giunse a Palermo nel luglio 1978, dopo l’omicidio del giudice Cesare Terranova ed entrò a lavorare presso l’Ufficio istruzione, che sotto la successiva guida di Rocco Chinnici, divenne un esempio innovativo di organizzazione giudiziaria.

Paolo Borsellino nacque a Palermo, 19 gennaio 1940, si diplomò presso il liceo classico “Giovanni Meli”. A soli ventidue anni, si laureò in Giurisprudenza, con la tesi “Il fine dell’azione delittuosa”. Nel 1963 vinse il concorso in magistratura, diventando il magistrato più giovane d’Italia, ma solo nel 1975 entrò nell’ufficio istruzione affari penali.

Il primo importante passo per combattere la mafia in modo definitivo fu fatto dal magistrato e consigliere istruttore presso il Tribunale di Palermo, Rocco Chinnici che, nel novembre del 1983, ideò la creazione di un”pool antimafia”, ossia un “gruppo di lavoro” composto da magistrati incaricati di seguire, un’unica, complessa inchiesta, con una specifica suddivisione dei compiti riferibili sempre alla responsabilità del Capo dell’Ufficio. Il pool era composto dai magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Barrile, ed i poliziotti Ninni Cassarà e Beppe Montana. Proprio la disponibilità di uno strumento affiatato quale il “pool”, consentì di utilizzare al meglio, a partire dal 1984, le dichiarazioni dei primi “collaboratori di giustizia”, ossia i membri di un’organizzazione criminale che  rilasciano, dopo la sua cattura, confessioni e dichiarazioni alle autorità inquirenti tali da permettere alle medesime di prendere misure adeguate a combattere le stesse organizzazioni, questo al fine di ottenere riduzioni di pena. Il più importante collaboratore di giustizia fu Tommaso Buscetta che fu arrestato il 24 ottobre 1983 nella propria abitazione a San Paolo del Brasile per alcuni omicidi collegati con lo spaccio di droga. Giunto in Italia decise di collaborare, cominciando a rivelare organigrammi e piani della Mafia al giudice Falcone. Solamente grazie a Buscetta, i magistrati compresero il sistema di Cosa Nostra, cioè un sistema piramidale detto “cupola”, alla base del quale vi erano i “soldati” scelti dalla famiglia, sopra di essi i capi decina, scelti dal capo della famiglia, sopra ancora vi erano i consiglieri, e infine il capo famiglia.

La mafia è preoccupata del lavoro dei giudici Falcone e Borsellino, è preoccupata dalle dichiarazioni di Buscetta, la mafia, per la prima volta, ha paura. Si inaspriscono le misure di sicurezza per i giudici che lavorano costantemente con un solo obiettivo: il “maxiprocesso”. Subito dopo l’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, per contrastare la mafia, viene approvata la Legge Rognoni-La torre, punendo così l’associazione di tipo mafioso. L’obiettivo non è condannare ogni singolo membro di Cosa nostra per i più svariati delitti, ma condannare ogni singolo membro di cosa nostra per associazione mafiosa.

L’anno 1986 è un anno storico,proprio perché ha inizio quello che fu chiamato il Maxiprocesso. Proprio così veniva infatti chiamato il processo penale iniziato il 10 febbraio 1986 e terminato il 16 dicembre 1987 contro Cosa Nostra. L’edificio era ottagonale,in cemento armato,in grado di resistere ad attacchi da parte di armi aria-terra; all’interno vi erano delle celle ed in esse venivano ospitati i molti imputati, suddivisi in gruppi. Più di seicento giornalisti furono presenti, insieme a molti carabinieri che si occupavano della sicurezza. I soggetti indagati furono più di 400 per crimini legati alla criminalità organizzata. Questa fu la prima reazione importante dello Stato contro Cosa Nostra.La corte era presieduta dal giudice Alfonso Giordano. La maggior parte delle prove più significative provenne da Tommaso Buscetta e dai giovani Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, anch’essi pentiti.

Come già detto,il processo terminò il 16 dicembre 1987 circa due anni dopo il suo inizio. La sentenza fu letta alle 19:30, e ci volle un’ora di tempo affinché venisse letta interamente. Dei 475 imputati,presenti e non,360 vennero condannati. In totale furono assegnati 2665 anni di condanne al carcere divisi fra i colpevoli, non includendo gli ergastoli comminati ai diciannove boss di punta della Mafia e ai killer, tra cui Michele Greco e gli assenti Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.

Nel 1989, solo 60 imputati rimanevano dietro le sbarre. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si lamentarono infatti dell’annullamento di diverse delle condanne inflitte in primo grado, ma non furono presi in considerazione: sembrava che la crociata dello stato contro la Mafia avesse perso vigore, e le loro opinioni rimasero in gran parte inascoltate. Il lavoro svolto dai due magistrati purtroppo non ebbe l’effetto desiderato.

Nel gennaio 1992, Falcone e Borsellino presero in mano i rimanenti appelli del maxiprocesso. Non soltanto riuscirono a far rigettare molte richieste di appello, ma riuscirono ad agire anche su quelli che avevano avuto successo, così che molti mafiosi che erano stati da poco fatti uscire di prigione vi ritornarono, in molti casi per il resto della loro vita.

Ma proprio l’anno 1992 rappresenta un anno tragico,un anno nel quale furono uccisi non due magistrati, ma due eroi. La mafia infatti temeva i due magistrati e l’unico modo per salvare Cosa Nostra era ucciderli.

 Giovanni Falcone fu ucciso in quella che viene denominata “la strage di Capaci”il 23 maggio alle ore 17:58, presso il Km.5 dell’autostrada A29. Una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci,venne azionata attraverso un telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Salvatore Riina. Un’esplosione terrificante distrusse la maggior parte dell’autostrada,uccidendo,oltre a Giovanni Falcone,la compagna Francesca Morvillo, anch’ella un magistrato,e tutti gli agenti della scorta .La stessa sorte toccherà,a breve distanza,in un caldo pomeriggio del 19 luglio 1992,al magistrato Paolo Borsellino,in quella comunemente chiamata “La strage di via D’Amelio”.Una macchina imbottita di tritolo,esplose al passaggio del giudice che si era recato a far visita a sua madre. Insieme a lui morirono tutti gli agenti della Scorta.

Paolo Borsellino amava ripetere una frase:”Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.Questa Frase fa comprendere il coraggio che Paolo Borsellino e Giovanni Falcone avevano,il coraggio di lottare contro Cosa Nostra,quel coraggio che superava la paura di morire. Il senso del dovere era sopra ogni cosa,anche sopra la loro la vita. Borsellino e Falcone sono un esempio per tutti noi,un esempio da seguire. Entrambi non furono solamente due magistrati,ma due eroi. In questa società priva di valori e ricca di apparenze,bisognerebbe soffermarsi,a mio avviso,a riflettere sui veri valori,a prendere esempio da Giovanni  e Paolo che hanno dato la loro vita per la giustizia,per l’onesta, per un mondo libero. Falcone e Borsellino non devono essere un ricordo,non devono essere solamente ricordati per il loro sacrificio,ma devono divenire un modello di vita per tutti noi per un mondo libero,per un mondo dove si possa sentire,come affermava Borsellino, il “fresco profumo di libertà”.

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